Organizzazione e risparmio tramite software per la gestione dei documenti

Ogni azienda produce costantemente file ed al contempo accumula negli anni numerosi documenti, la cui conservazione, reperibilità ed archiviazione è di vitale importanza. Quando nel mondo professionale si parla di gestione dei documenti si fa riferimento ad un sistema avanzato in grado di elaborare i documenti digitali all’interno di uno specifico processo, al fine di renderli collegati tra loro ed al contempo connessi ai dati che li compongono. Questi software agiscono in maniera automatizzata e sono a loro volta orchestrati da esperti nel settore, come i professionisti di Datasis Group, azienda che si occupa di lettura ottica e acquisizione dei dati e di creazione di software per la gestione dei documenti.

La gestione documentale

La gestione documentale è una soluzione professionale che supera il procedimento di archiviazione documentale digitale (inteso come la realizzazione di un luogo informatico che archivia semplicemente i documenti): un sistema di lettura ottico può estrapolare in modo automatico una serie di dati da un documento, scansionandolo. Nel processo eseguito da un software per la gestione dei documenti professionale il documento è interamente assimilato dal software e con esso ogni dato (numero, parola, grafico) incluso in esso. Il sistema è in grado dunque di riconoscere un componente di un file, digitalizzarlo e usarlo come indice per ricerche successive.

Caratteristiche e componenti del software per la gestione dei documenti

Un sistema software per la gestione dei documenti lavora mediante uno schema procedurale ben preciso, che prevede alcuni step.
Indicizzazione: ciascun documento scansionato è composto non solo dal proprio contenuto, ma anche da alcune informazioni (data creazione, numero ordine, codice cliente, numero di protocollo) che lo identificano; una funzione base di tale software è quella di estrarre in automatico i dati dal documento in fase di scansione (mediante tecnologia OCR) creando istantaneamente dei “tag elettronici” che collegano tale file con l’archivio digitale.

Integrazione: il sistema gestionale evoluto entra in una logica metodologica che fa parte della norma lavorativa del personale dell’azienda; esso viene quindi percepito come una risorsa, non come un peso. A tale scopo è essenziale che il software sia leggibile da tutte le applicazioni quotidiane e permetta una scansione dei file che non interrompa il lavoro di routine. Questo atteggiamento permette di sfruttare tutta la potenzialità di queste tipologie di software.

Archiviazione: il software di gestione documentale è necessario che sia semplice identificare e recuperare i documenti digitali necessari qualsiasi istante.
Sicurezza: un software gestionale evoluto e professionale deve prevedere che ogni accesso all’archivio sia tracciabile, mediante un sistema di privilegi d’accesso; questo impedisce una visione dei file non autorizzata ed in maniera gerarchica.

Datasis Group trova il suo punto di forza nella personalizzazione dei software per la gestione dei file. Infatti, sebbene un software professionale debba rispettare dei requisiti di qualità e di sicurezza, ciascuna azienda vive una realtà lavorativa propria ed unica; ciò comporta che la progettazione e la creazione del software avvengano in maniera mirata, e non solamente con prodotti standard.

L’estate o tutta la vita?

L’estate è alle porte e, sebbene le spiagge che ci vengono in mente sono solo quelle in territorio nazionale, anche il continente americano sa cosa offrire al turista in termini balneari. Allora perché non ricordare che gli USA sono un vero paradiso per chi ama il mare, grazie a migliaia di chilometri di costa, in gran parte sabbiosa,  capace di affacciarsi sugli oceani Atlantico e Pacifico e sul Golfo del Messico? Uno scenario di cui un italiano, nel suo paese, non potrà di certo godere. Amanti del surf e del windsurf? l’America offre onde da cavalcare e spiagge deserte, perché non tutti sono in grado do confrontarsi con cavalloni alti qualche metro. L’America offre un mare caratteristico, che potrebbe sedurvi tanto da convincerci a trasferirvi direttamente in un nuovo continente.

Il Panorama Americano

Non tutte le spiagge sono paradisi silenziosi: trovare un lembo di sabbia libera a Coney Island (una delle spiagge di New York) o alla fantastica Malibù (spiaggia per i benestanti di Beverly Hills) durante una bella domenica di luglio può essere un’impresa da super eroi o da pazzi suicidi, ma per fortuna esistono dei santuari naturali e spiagge isolate da soddisfare qualsiasi desiderio di solitudine. In America è impossibile non trovare la spiaggia  adatta a se stessi, anche perché si può andare al mare quasi tutto l’anno, essendo caratterizzate, alcune regioni, da una temperatura calda e costante. Nella penisola della Florida, per esempio, la stagione balneare inizia ben prima dell’estate che noi conosciamo, grazie ad un clima scottante che, purtroppo,a volte scoraggia molti dal visitare lo stato.

In America sono per di più famose spiagge elitarie e glamour, come quelle della costa Atlantica: Miami Beach, Key Byscaine, Daytona Beach (dove si parcheggia direttamente sull’arenile) sono nomi famosi in tutto il mondo, ma chi veramente ama il mare preferisce gli immensi arenili di Panama City, di Naples o di Tampa, che sbucano sul Golfo del Messico.

Bahia Honda

Lo studio legale Carlo Castaldi, è nelle condizioni di offrirti tutte le informazioni di cui hai bisogno per ricevere la carta verde per gli USA, affinché tu possa vivere le spiagge Americane in un tempo indefinito. Sempre rimanendo in tema, le isole Keys hanno bisogno di uno spazio riservato. La Bahia Honda vale assolutamente il viaggio che vorrete affrontare in America e non vi farà pentire nemmeno un minuto di aver scelto di vivere il resto della vostra vita in questo immenso continente. Veri paradisi da scoprire, che aspettano solo che voi facciate un biglietto.

Infissi e serramenti blindati

Un infisso è un supporto meccanico utilizzato nell’industria manifatturiera ed edile; in particolare, gli infissi sfruttano al massimo i concetti di leve, tensione delle componenti meccaniche e resistenza alla forza peso ed alle sollecitazioni esterne, specialmente per quanto concerne il settore dell’edilizia.

È infatti tristemente noto che, in seguito ad una serie di eventi tragici che si sono verificati nel nostro Paese, come il crollo di strutture importanti ed interi palazzi per aver trascurato le norme di sicurezza in merito alla stabilità degli edifici, l’Italia sia in prima linea nella realizzazione di infissi e strutture sufficientemente solide per reggere un peso estremamente elevato, oltre che a sollecitazioni di varia natura, come quelle legate ai terremoti.

Spesso si tende a trascurare quanto questo elemento architettonico sia fondamentale per quanto concerne la stabilità di un’intera struttura, motivo per cui è opportuno scegliere gli infissi adatti, evitando di incorrere in rischi molto gravi per la propria vita. Gli infissi vengono utilizzati per localizzare e supportare in modo sicuro una struttura, assicurando che tutte le parti siano prodotte utilizzando l’apparecchiatura e garantendo la conformità e l’intercambiabilità delle stesse.

La natura costruttiva di questi prodotti prevede un funzionamento, volto a ridurre la necessità di una manodopera qualificata, nel tentativo di semplificare i protocolli con cui gli infissi vengono applicato ed analizzandone meticolosamente la conformità a norma di legge, durante una fase di test e di verifica in seguito alla produzione dell’infisso. Inoltre, agli infissi viene associata generalmente una maschera per evitare lo spostamento degli stessi all’interno di muri o strutture affini, e per evitare la caduta di polvere, ad esempio.

Spesso si tende a parlare di infissi e serramenti come se questi termini fossero intercambiabili, quando non è decisamente così: infatti, la definizione di serramento serve ad indicare tutte quelle strutture mobili necessarie all’interno di un complesso edilizio volte a consentire l’apertura e la chiusura delle porte di un fabbricato, industriale o civile. In base all’utilizzo per cui sono progettati, si definiscono serramenti interi e serramenti esterni; i primi possono essere, ad esempio, i meccanismi che consentono l’apertura e la chiusura di una porta, mentre i secondi, generalmente più resistenti per resistere alle intemperie o a possibili manomissioni, sono i più comuni cancelli.

Gli infissi ed i serramenti blindati sono prodotti in grado di unire le proprietà dell’acciaio, considerando che l’interno di questi prodotti è in acciaio, mentre l’esterno degli stessi è composto da maschere di materiali differenti, volti a garantire le proprietà termiche della componente interna e la capacità di isolare acusticamente l’anima dell’infisso o del serramento, per garantire la sicurezza sotto tutti gli aspetti.

Infatti, la grande deformabilità senza perdere le proprie caratteristiche, la durezza superiore rispetto agli altri metalli ed alle altre leghe, la buona resistenza alla rottura ed alla trazione e la resistenza alla corrosione sono tutte proprietà richieste, in base alle ultime norme vigenti in Italia, rende l’acciaio ideale per poter assicurare un edificio e proteggerlo da eventuali rischi legati a sismi o problemi di altra natura.

Le maschere, invece, sono composte dei più svariati materiali, proprio per poter garantire un’ulteriore gamma di caratteristiche, come ad esempio l’isolamento acustico citato poc’anzi. Questi prodotti, inoltre, possono essere realizzati su misura, o in base a specifiche esigenze, su richiesta dei committenti, in dipendenza da quelle che sono le necessità o le zone in cui si intende costruire un fabbricato, indipendentemente dal suo utilizzo futuro.

I fiori da regalare per la festa della donna

Ogni anno, nella giornata dell’8 marzo, si celebra la ricorrenza dedicata alla festa della donna, accompagnata dall’usanza di regalare mazzi di fiori, in particolar modo la varietà della Mimosa. Oltre a questa varietà specifica, spesso fonte di disagio legata alla sua intensa profumazione, si può optare anche per specie di fiori differenti, scegliendo anche la consegna di fiori a domicilio. 

La festa della donna rientra all’interno delle ricorrenze internazionali dal 1977, festeggiate in tutto il mondo per ricordare il seguito delle lotte sociali e politiche intraprese dal genere femminile per il raggiungimento degli equi diritti. Il fiore della mimosa rientra all’interno della tradizione tipica italiana, ma c’è anche la possibilità di optare per varietà diverse che andremo a scoprire nel corso del prossimo paragrafo.

Quali varietà di fiori scegliere

Il fiore italiano legato alla festa delle donne come abbiamo detto è quello della Mimosa, fiorente nella mensilità di marzo, diventato una tradizione dal 1946 sotto la proposta di Rita Montagnana e Teresa Mattei, entrambe iscritte all’UDI l’Unione Donne Italiane. A svantaggio della Mimosa si trova la sua brevità longeva e l’intensa profumazione spesso non apprezzata all’unanimità dalle riceventi.

In alternativa ai classici mazzi di Mimose si trovano diverse varietà tra le quali scegliere tra cui il Narciso dalla colorazione gialla e vivace, simboleggiante la vanità ma anche la fiducia in se stesse. L’Orchidea rappresenta invece la sensualità tipica femminile e l’ironia, dimostrandosi un’altra scelta idonea all’occasione. Il Mirto era invece considerato un fiore sacro dalla dea Afrodite, utilizzato soprattutto per i bouquet di fiori delle spose, simbolo di femminilità e fecondità. Un altro fiore che si adatta a qualsiasi età è il Ciclamino, caratterizzato da una simbologia di purezza nonostante le avversità della vita.

Volendo optare per un fiore rappresentante l’amore e l’ammirazione femminile si potrà scegliere un mazzo di Camelie, oppure l’Azalea sfruttata soprattutto nella tradizione cinese. Il Tulipano si adatta perfettamente per la ricorrenza dell’8 marzo simboleggiando diverse forme d’amore adattabili alle amiche, alle sorelle, alle mamme.

 

Cromatura: come e perchè

Il trattamento che definiamo di cromatura ha lo scopo di attribuire un livello di protezione superficiale ad un oggetto di ferro o di acciaio.

A tale scopo, il manufatto viene rivestito totalmente di cromo, elemento scelto per la sua tipica durezza e resistenza alla corrosione e all’abrasione. Esistono diverse metodologie per applicare la cromatura ad una superficie metallica, a seconda del tipo di lavoro da effettuare:

– Procedimento Galvanico. Il procedimento galvanico è tipico di quelle situazioni dove si ha un oggetto di ferro o di acciaio che, durante l’utilizzo, si è usurato e ha perso una frazione della sua superficie, il che lo ha reso inadatto a svolgere la sua applicazione. La cromatura, in questo caso, ha oltre allo scopo di proteggere l’utensile pure quello di ripristinarne lo spessore; grazie alla caratteristica durezza del cromo, dopo una rettifica del pezzo questo è idoneo al riuso e quindi nuovamente fruibile. Un modello d’utilizzo di questo metodo si ha nell’industria laterizia, dove gli stampi per l’estrusione dell’argilla presentano parti mobili che sono sottoposte a sfregamento continuo con l’impasto di terra ad alte pressioni e ne vengono usurate severamente, per riportarle a piena funzionalità.

– Processo tradizionale. La cromatura di tipo tradizionale è un processo composto da una serie di diversi bagni in soluzioni diverse, nelle quali i pezzi da cromare vengono immersi successivamente. I primi di questi bagni hanno lo scopo di sgrassare e di pulire i pezzi; generalmente, per tale funzione si sceglie una soluzione elettrolitica di acido cloridrico o di soda caustica, a cui si fa seguire una serie di lavaggi. Quindi, i pezzi sono immersi in una soluzione elettrolitica di nichel, nella quale sostano a lungo per formare un primo rivestimento di questo metallo, che ha lo scopo di uniformare la superficie del manufatto a livello microscopico per facilitare la successiva adesione del cromo, dopodiché vengono nuovamente lavati. Come fase finale del processo, si sottopone la batteria di pezzi da cromare ad un bagno finale, appunto in soluzione elettrolitica di cromo. Lungamente, a questo scopo si è utilizzato in maniera quasi esclusiva il cromo esavalente, mentre oggi, per motivi ecologici, si usa sempre più spesso il cromo trivalente, che pare infligga meno danni all’ecosistema.Nel caso si desideri ottenere il tipo di cromatura detto “opaco”, sempre in questa fase finale si aggiunge alla serie un bagno in oli particolari, i quali ricoprono uniformemente di microbolle l’intera superficie dei pezzi, risultando quindi in una superficie non lucida ma satinata. Si tratta di una metodologia di lavoro molto applicata, per esempio, nella produzione di arredamenti.

– Cromatura “flash”. La differenza che caratterizza questo tipo di processo è che esso permette di apporre strati sottilissimi di cromo (di spessore compreso fra gli 0.003 e gli 0.007 mm) con estrema velocità, e senza rettifica, il che permette di raggiungere velocità di produzione intorno ai 300-400 pezzi l’ora, con lo svantaggio però di richiedere corrente molto più elevata rispetto alle altre tecniche. La sua applicazione principale si ha nella lavorazione di componenti molto piccoli, come le valvole di aspirazione dei motori. Riassumendo, la cromatura offre evidenti vantaggi nella protezione dalla corrosione e nell’aumento significativo della durezza, molto conveniente in campo meccanico; d’altro canto, il trattamento può far rimanere delle tensioni superficiali nello strato di cromo che finiscono con l’indebolire la resistenza generale del pezzo, e una copertura imperfetta, o che si rompe anche con una piccola crepa, porta una immediata e intensissima corrosione localizzata del ferro o dell’acciaio sottostanti – come accade spesso sui dettagli cromati delle automobili.)

Le porte interne: un prezioso elemento d’arredo

Di quanti elementi è costruita una casa – e quanto sono tutti importanti nel renderla bella e confortevole per chi vi abita! Elementi costruttivi ed elementi decorativi: scelte di colori, scelte di materiali, illuminotecnica… tutti piccoli pezzi che fanno in modo che un’abitazione possa divenire effettivamente “casa”. E fra questi è purtroppo spesso sottovalutato, senza un effettivo motivo, un fattore importantissimo, che unisce aspetti funzionali ed estetici: quello delle porte in legno.

Se infatti l’evoluzione tecnologica, con quella del gusto e del design, ha diffuso nell’arredo svariati altri materiali, parecchi dei quali hanno conquistato grande notorietà, è comunque vero che nessuno di questi è riuscito a sottrarre al legno la sua situazione preferenziale come materiale per le porte di buon livello. Per arredatori e architetti, le scelte legate alle porte sono moltissime, se preferirle a battente o scorrevoli, quale colore e finitura dare, se inserire vetrate artistiche: ma a non essere mai in dubbio è la regola che non ci siano materiali migliori, per estetica e qualità, del legno, di qualsiasi essenza, per costruire una buona porta interna.

Se tanta scrupolosità viene giustamente data quindi alla selezione accurata di ogni aspetto del proprio arredo, quindi, altrettanta è giusto darne alla selezione delle proprie porte interne. I criteri applicabili sono molti e diversi, come per tutti gli altri aspetti dell’arredamento di una casa; affidandosi però al giudizio e all’esperienza di chi si occupa ogni giorno di porte da un punto di vista professionale, se ne possono identificare alcuni obiettivi, che possono fungere validamente da base per una scelta intelligente e ragionata: sono basati su una analisi precisa di cosa sia una porta, per stabilirne le caratteristiche che possono dettarne l’eccellenza.

Partiamo dal presupposto che, come prima cosa, una porta sia un elemento d’arredo che, a differenza di altri, si ripete identico, sovente in parecchi esemplari, all’interno della casa. Questo rende obbligatorio che la porta sia bella. E benché, ovviamente, il gusto estetico sia un fatto squisitamente privato, esistono certamente criteri obiettivi – come il mantenimento in tutte le porte della casa dello stesso punto di colore del legno, e dell’identica fiammatura – che dimostrano come la porta sia stata prodotta non in serie, per essere conservata in magazzino, ma per un progetto preciso, e con un alto livello di qualità – e appunto, di bellezza.

Un secondo fattore che spesso viene sottovalutato ha invece a che vedere con l’aspetto funzionale della porta, intesa come oggetto che svolge il lavoro, non leggero, di aprirsi e chiudersi migliaia di volte. Una porta cigolante, che sveglia tutti gli abitanti della casa se aperta durante la notte, o una porta che si incastra nei battenti perché si gonfia con l’umidità, o ancora una porta che non rimane chiusa bene e si apre alla minima folata di vento, sono tutti elementi di microstress che, nella nostra casa, non dovrebbero essere presenti. È necessario che una porta funzioni in maniera perfetta, ogni volta, e quindi che sia confortevole.

Terzo e ultimo elemento di valutazione, da non confondere con il precedente, è infine il criterio di solidità. Un segno inconfondibile di una porta di scarsa qualità è quello di essere realizzata con materiali scadenti, più leggeri, proni a espandersi per l’umidità, al deformarsi con il tempo, a creparsi. Una porta di elevata qualità, invece, è costruita esclusivamente con materiali di prima scelta, come il listellare di legno massiccio, che la rende di una solidità a tutta prova.

Cellofan: più di un secolo di storia

Nei negozi, nei supermercati, e alla fin fine in tutta la grande distribuzione, è ormai onnipresente: la moltitudine di cibi confezionati disponibile in vendita ce lo mostra in mille colorazioni, con stampe di ogni tipo, o nella sua versione naturale, trasparente, perché le sue naturali caratteristiche di bassa permeabilità ad aria, acqua, oli e specialmente batteri lo rendono perfetto proprio per lo scopo di impacchettare e confezionare gli alimenti in modo semplice e sicuro. Ci è tanto conosciuto che facciamo quasi fatica, in effetti, a concepire un periodo in cui non fosse disponibile e abbondantemente utilizzato. Ma che cos’è esattamente, e come ha avuto origine, lo strano materiale a cui diamo il nome di cellofan e che oggi trova un così largo e diffuso utilizzo?

Conosciamo tutti molto bene, per averlo visto molte volte, quale sia l’aspetto naturale del cellofan: una pellicola trasparente, e molto sottile. Quello che però probabilmente molti non sanno è di cosa sia fatto in effetti il cellofan: e la risposta, inaspettata, è “di cellulosa rigenerata”. Le sorgenti da cui la si ricava, originariamente, sono molte, e vanno dalla canapa, al cotone, al legno; questa viene disciolta in alcali e disolfuro di carbonio, trasformandosi in una soluzione che prende il nome di “viscosa”. Questa, fatta scorrere attraverso una sottile fessura prima in un bagno di acido solforico diluito e solfato di sodio, e poi in uno di zolfo e in unno di glicerina, (essenziale per evitare che si irrigidisca e diventi fragile) si riconverte nella pellicola che tanto spesso abbiamo visto avvolta intorno agli alimenti. Può essere interessante accennare che, se applichiamo l’identico procedimento ma anzichè una fessura usiamo una filiera, otterremo un filato sintetico molto noto, che ha il nome di rayon.

Ad essere curiosa è la modalità secondo la quale il cellofan fu inventato, nel 1900: e forse stupirà apprendere che, come peraltro capitò con moltissime scoperte scientifiche e invenzioni, il cellofan fu scoperto quasi per sbaglio. Ad ideare questo materiale fu un chimico svizzero, Jacques E. Brandenberger, il quale stava cercando di sviluppare un tessuto che potesse respingere i liquidi anziché assorbirli. Quando provò a vaporizzare sul tessuto, come difesa idrorepellente, della viscosa, la stoffa rimase troppo rigida; ma Brandenberger scoprì che la copertura in viscosa si staccava agevolmente e formava una pellicola uniforme – un materiale molto più promettente. Dieci anni dopo, con una macchina perfezionata, e avendo inventato anche il nome “Cellophane” (da “cellulose” e “diaphane”, “trasparente”), Brandenberger ottenne il brevetto.

Il successo favoloso del cellofan non è un mistero per nessuno: per trent’anni, dai Trenta ai Sessanta del secolo scorso, la produzione industriale fu di altissimo volume, e tuttora che esistono alternative interessanti il materiale si dimostra perfetto per svariati utilizzi. Come abbiamo detto, infatti, è un favoloso involucro per alimenti; inoltre, fa parte, come base, del consueto nastro adesivo che tutti conosciamo con il nome di Scotch; funge da membrana semipermeabile in alcuni tipi di batterie; e trova impiego nella realizzazione dei tubi per dialisi. La sua impermeabilità all’acqua ma non al vapore lo rende inoltre la confezione perfetta per I sigari, che devono costantemente essere lasciati “respirare” durante lo stoccaggio. Ed è perfino stato utilizzato da alcuni artisti, dato che se illuminato da luce polarizzata produce colori cangianti, per effettuare installazioni di grande effetto, simili a vetrate istoriate cinetiche.

Millenni di panni puliti

Quando il nostro bidone della biancheria sporca è straripante, oggi come oggi, non c’è nulla di più agevole che raccoglierla tutta, salire in auto, e avviarsi al negozio di lavasecco più comodo e vicino: dopo pochi giorni, non più di due o tre, potremo ritornare a ritirarla e ce la vedremo riconsegnare perfettamente lavata e stirata. E non basta: via via che ne vengono aperte sempre di più, possiamo ancor più facilmente andare in una lavanderia self-service, e usare macchine professionali ad alto rendimento per lavare I nostri panni con una spesa decisamente irrisoria. Ma lavare il bucato, nel corso della storia, non è sempre stato veloce e semplice – e comodo – come lo è per noi oggi.

È estremamente probabile che la prima “lavanderia”, se così vogliamo chiamarla, sia stata nient’altro che… un normalissimo corso d’acqua! Ancor oggi, specie nelle campagne, è abituale lavare I panni così. Per togliere lo sporco dal tessuto infatti occorre un’azione meccanica intensa, così da eliminare ogni particella che lo macchi o che gli conferisca un odore sgradevole, e la corrente di un fiume ne offre una gratuita e intensa. Per contribuire alla pulizia, I panni venivano ritorti più volte, sfregati fra loro, o perfino battuti con violenza contro le rocce o apposite tavole di legno, di tanto in tanto a mano e talvolta con l’ausilio di appositi randelli o mazze di legno.

Non sempre, naturalmente, ci potevano essere a disposizione comodi corsi d’acqua da utilizzare per il lavaggio dei panni: e in questi casi, si ricorreva a grosse tinozze metalliche riscaldate sul fuoco, dove il calore dell’acqua si dimostrava utile nel rimuovere lo sporco quanto e più della corrente naturale. In seguito, strizzati per asciugarli, I panni venivano stesi ad asciugare completamente, esattamente come oggi, su fili o pali, o addirittura a terra. Non esistevano molte sostanze detersive, naturalmente: spiccava la lisciva, ottenuta per soluzione di cenere di legno in acqua calda. A Roma antica, inoltre, per smacchiare si usava già l’ammoniaca, nella forma in cui è più facile trovarla in natura – l’urina.

Come accadde in tanti altri ambiti, fu con la rivoluzione industriale che le cose cambiarono, e del tutto. In realtà, nacque prima una sorta di asciugatrice, o perlomeno di strizzatrice: due rulli sovrapposti, azionati dapprima con una manovella, attraverso cui far pasare I tessuti fradici. Lo schiacciamento eliminava, molto più in fretta della torsione, buona parte del liquido di cui erano intrisi. Tali meccanismi vennero motorizzati nel 1900; ma intanto, sul finire del 1800, nacque una grande varietà di macchinari per il lavaggio dei panni, in realtà simili per concezione alle lavatrici moderne: un congegno rotante (mosso a mano agli inizi, e poi con un motorino elettrico) che agitava I panni all’interno di una vasca piena d’acqua. L’introduzione di un tamburo rotante e forato permise la prima centrifuga, e un congegno simile, ma con aria calda soffiata sui panni lavati anzichè acqua, andò a divenire l’antenato di quelle che oggi conosciamo come asciugatrici.

Naturalmente, ben presto tali macchine trovarono utilizzo in strutture apposite, che potessero lavare a pagamento i panni di grandi quantità di persone che non disponevano a casa di tali attrezzature: erano nate le prime lavanderie professionali, comparabili per compito a quelle a cui facevamo riferimento all’inizio di questa piccola storia..

Ormai è ora di capire la Borsa

La comunicazione finanziaria si impegna continuamente e con grande fatica ed attenzione a cercare di esprimere i dati economico-finanziari che risultano dall’analisi delle aziende e del mercato in concetti chiari e di facile comprensione, ma sembra non bastare mai: per il pubblico, per la grande maggioranza delle persone, la Borsa Valori rimane un mondo fatto di misteri, di regole assolutamente incomprensibili, e indubbiamente spaventose, un universo per così dire distinto dal nostro, indecifrabile e nuovo. Ma di nuovo, nella Borsa valori, c’è ben poco: la finanza non è un’invenzione moderna, e studiarne la storia millenaria (non esageriamo e non scherziamo, come vedremo!) può forse essere di ausilio nell’approcciare questo mondo con meno timore e più desiderio di cogliere come in effetti funzioni.

Chiariamo innanzitutto un concetto piuttosto basilare, ma indispensabile e che ci sarà molto utile nel corso di questo viaggio: ciò che si scambia in una Borsa Valori – ciò che è in sostanza l’oggetto dell’intera Finanza – è il debito di un’ente (un’azienda o una persona) verso un altro. E il concetto di debito, e quindi di prestito ad interesse, non è certamente una stranezza: se cerchiamo documentazioni storiche, ne troviamo su tavolette d’argilla risalenti alla cultura Mesopotamica, e quindi vecchie di circa cinquemila anni, e il Codice di Hammurabi, re di Babilonia di quattromila anni fa, prevede codici precise che lo regolano. Non basta tuttavia il debito a fare la finanza, e su quando sia collocabile il vero, primo atto che ci informa che esiste una Borsa Valori c’è molto meno accordo fra gli studiosi.

Una congettura affascinante, sostenuta dall’economista di nome Malmendier, parte dal presupposto che già nell’antica Roma repubblicana le societates publicanorum, che venivano formate per offrire servizi per il governo (come la costruzione, ad esempio, dei templi, o il vitto continuato delle famose Oche del Campidoglio), fossero già strutturate per partecipazioni, che erano scambiabili e quindi avevano un valore commerciale, peraltro variabile (e, a quanto ci dice la nostra fonte principale, Cicerone, in un suo discorso, abbastanza elevato). Per altri questa origine è troppo antica, ed è più cauto e corretto far risalire la nascita della Borsa alle obbligazioni Rinascimentali, come quelle che Venezia chiamò “prestiti” (erano in verità forzosi) nel 1171, e sulle quali pagò con perfetta accuratezza e assoluta tempestività gli interessi, dalle carte in nostro possesso, almeno dal 1262 al 1379.

Il passaggio dei secoli vide spostarsi i centri della finanza dall’Italia , predominante nel tardo Medioevo e nel Rinascimento (pensiamo a una famiglia come i Medici, che era composta di banchieri) alle città mercantili del Nord Europa, e Amsterdam vide, nel 1602, quell’evento che anche i più prudenti e conservatori fra gli storici ritengono il massimo limite per datare il principio della Borsa valori: la fondazione della Compagnia delle Indie orientali. Se può sollevare, la confusione nel pubblico data a poco dopo, visto che il primo libro sulla borsa esce nel 1688, scritto da Joseph de la Vega, e si intitola “Confusione delle Confusioni”. Fatto sta che pochi anni dopo vede la luce la Borsa di Londra, il celebre Stock Exchange, e meno faustamente nel 1720 inizia anche la tradizione delle bolle finanziarie, con lo scoppio fragoroso della prima e il successivo temporaneo rallentamento degli scambi. Nel 1790, anche nei giovani Stati Uniti d’America nasce un mercato azionario in rapida crescita – e il resto, possiamo ben dire, è storia!

Piattaforme aeree: sempre più in alto

Un lavoro, qualunque sia, richiede sempre diligenza per essere svolto in maniera adeguata. Ma se quello stesso lavoro lo prendiamo e lo spostiamo, rendendo essenziale eseguirlo a venti metri da terra, nasce una serie non insignificante di complicazioni: anzitutto, come è ovvio, tutte le preoccupazioni legate alla incolumità di chi si troverà a lavorare non con i piedi ben piantati a terra, ma sospeso in qualche modo ad un’altezza da cui precipitare sarebbe problematico o fatale; secondariamente, precisi problemi economici, perché arrivare a costruire una piattaforma che permetta l’accesso al punto elevato su cui lavorare, e intanto possa accogliere, appunto in sicurezza, sia i lavoratori che i loro strumenti, ha un costo rilevante; e in terzo luogo, problemi significativi di tempo, perché alle ore di lavoro necessarie per l’attività in sé andranno necessariamente aggiunte quelle per installare tutte le strutture di ponteggio di cui abbiamo parlato, e in seguito quelle per smontarle sgomberando l’area. Per questi motivi, come alternativa alle strtture tradizionali, sono state inventate, e diffuse in tutti i cantieri del mondo, le piattaforme aeree.

La nascita di questi dispositivi è piuttosto recente, e risale a neppure una cinquantina d’anni fa: a concepirne l’idea, progettarle nei dettagli e infine realizzarle concretamente fu, nel 1969, un inventore ed industriale degli Stati Uniti d’America, John L. Grove. Nato nel 1921, Grove possedeva e gestiva insieme ai fratelli Dwight e Wayne una fabbrica di carri agricoli in Pennsylvania, la Grove Manufacturing Company, avviata nel 1947. Trovandosi ad avere la necessità di spostare grosse masse di acciaio pesante per fabbricare i carri, John progettò, sfruttando le sue conoscenze idrauliche, quello che con successive migliorie sarebbe divenuto il primo modello di gru idraulica industriale mobile. La sua piccola fabbrica di carri fu ben presto riconvertita, e in pochi anni divenne un leader internazionale nel settore della fabbricazione delle gru. Fu lui che, sul finire degli anni ’50, sviluppò con Paul Shockley il sistema idraulico ad estensione per le scale allungabili dei camion dei pompieri; e una decina d’anni dopo, in una nuova società, la Condor Industries, fondata con Shockley dopo avere lasciato la Grove, John iniziò a concretizzare il suo ultimo progetto: dei carri mobili con strutture telescopiche che permettessero un lavoro sicuro anche in posizioni elevate. Erano nate le piattaforme aeree.

Ovviamente, come sempre accade in ingegneria, quel primo modello generò una grande moltitudine di varianti e migliorie, e oggi abbiamo una grande gamma di piattaforme aeree disponibili sul mercato. Si parte dalla più ridotte, che hanno il nome di “Vertical Mast” e montano un solo braccio idraulico estensibile per elevare la postazione di lavoro, per andare alle “Scissor”, nelle varianti elettriche e Diesel, dove il cesto che i lavoratori occupano viene innalzato a grande altezza da un pantografo; e all’altro capo della gamma abbiamo i “Boom-lift”, equipaggiati con bracci telescopici articolati con i quali è praticabile portare la piattaforma di lavoro fino a quaranta metri di quota, e che sono dotati di una serie di sistemi di stabilizzazione per mantenerli saldi e sicuri anche con il braccio del tutto esteso in verticale. E questo grazie ad un progetto nato quasi per caso, cinquant’anni fa.