Un viaggio nella storia dei barbieri

Un tempo neanche troppo remoto, ancora per i nostri padri o forse nonni, l’uomo che voleva apparire ordinato non lasciava scorrere più di un paio di settimane fra una visita al barbiere e l’altra: e anche se più raro, oggi che i canoni e le regole dell’estetica sono cambiati, questo momento di cura di sé rimane sempre un piacere estremamente particolare. Il tempo di entrare, e già il conosciuto arredamento parrucchiere ci invita a rilassarci e farci prendere cura di noi, abbandonando per un poco la galoppata quotidiana; intorno a noi, gli strumenti di lavoro del barbiere parlano di un tempo andato, ma di pratiche ancora piacevoli e distensive; chiacchierando sommessamente, il barbiere si appresta ad avvolgerci il viso con un asciugamano caldo; e fra il suono del rasoio che viene affilato, e il profumo di schiuma e lozioni dopobarba, ci possiamo abbandonare a questo mondo ancora tanto affascinante. Ma sappiamo quanto sia antica la figura del barbiere, e quanti ruoli differenti e inaspettati abbia ricoperto nel corso della storia?

Le origini del lavoro del barbiere, possiamo dirlo con sicurezza, si perdono veramente nella notte dei tempi: sappiamo con sicurezza che gli archeologi hanno ritrovato rasoi di bronzo risalenti a più di cinquemila anni fa, in Egitto. All’epoca, la figura del Barbiere era di grandissimo peso ed autorevolezza, e la sua valenza non era tanto utilitaristica, quanto simbolica e perfino sacrale: si riteneva infatti che i capelli fossero uno dei canali attraverso i quali demoni e spiriti potessero entrare nel corpo degli esseri umani, e che tenerli corti potesse agevolare ad impedire tale terrificante avvenimento. I barbieri celebravano anche rituali importanti come i matrimoni, a ulteriore testimonianza del valore religioso che ricoprivano. Passando all’epoca storica, pur perdendosi questo aspetto mistico del taglio dei capelli, l’operazione rimase un appuntamento di gran peso, sia per i Greci che per i Romani, che appunto dalle colonie della Magna Grecia conobbero i barbieri nel 300 AC. Il buon cittadino romano faceva visita quotidianamente al barbiere, così come alle terme, e per un ragazzo la tonsura, o prima rasatura, era un evento essenziale e quasi rituale di passaggio al mondo adulto.

Ma abbandoniamo anche Roma e spostiamoci in avanti di altri secoli, per approdare ad un momento storico di grande fascino e suggestione, dove concluderemo, con quella che quasi certamente per molti di noi sarà una sorpresa considerevole, questo breve viaggio nell’evoluzione del barbiere nel mondo antico: il Medioevo. Troviamo in quest’epoca un gran numero di botteghe di barbiere, che venivano ovviamente visitate per tutti i normali bisogni di pettinatura e taglio di capelli e barbe; ma quello che quasi certamente lascerà stupiti è che, allo stesso tempo, si chiamava il barbiere anche se c’era bisogno di eseguire un intervento chirurgico, applicare sanguisughe o fare un salasso, eseguire un clistere, incidere bolle e pustole, e pure per cavare i denti! Non si trattava di un’operazione in qualche modo clandestina: il barbiere, o per essere più precisi il barbiere-chirurgo, era ufficialmente abilitato e allenato a svolgere tali lavori, e addirittura ricevette, in Inghilterra, paghe più alte di quelle dei chirurghi ufficiali, per molto tempo. Fu nel medioevo che, simboleggiando le due arti svolte dal barbiere, rosso per la chirurgia e bianco per il lavoro di taglio e acconciatura, nacque il marchio convenzionale usato dai barbieri, ossia il palo rotante a strisce, appunto, bianche e rosse.

Da Roma Antica all’Ottocento: le fognature di Milano

Funziona continuamente, giorno e notte; e per fortuna possiamo commentare, o le conseguenze sarebbero catastrofiche: ma a quanto pare, solo quando arriva il momento degli spurghi Milano si accorge, o si rammenta, della propria imponente rete fognaria e di quanto sia rilevante per il suo benessere. Nonostante non sia di certo un tema alla moda, o per certi versi neppure piacevole, per chi vuole conoscere la storia della città e il suo progresso è un punto importante: dopotutto, a far grande una città non sono soltanto palazzi e monumenti, ma anche il grado di salute dei suoi cittadini, e le fogne hanno un ruolo essenziale nel garantirlo. Proviamo quindi a ripercorrere gli eventi salienti della storia del sistema fognario di Milano, identificandone tre periodi, ossia l’epoca Romana, il Medioevo e il Rinascimento, e l’Ottocento.

1) L’epoca Romana

La città (probabilmente celtica in origine) di Mediolanum, con la sua favorevole posizione, dovette far molta gola ai Romani, che la conquistarono in modo definitivo nel 200 AC. Subito iniziarono le opere di bonifica e di ingegneria delle acque per cui erano famosi (c’è a riguardo un’eccellente ricostruzione idrografica dell’area di Milano ai tempi dell’Impero, del 1911, realizzata dall’Ing Felice Poggi). Di fatto, certamente, a Mediolanum venne replicato il tipo di rete fognaria che già da quattro secoli ornava Roma: piccoli condotti lungo le vie della città che andavano a raccogliersi in un collettore di grandi dimensioni, che scaricava poi all’esterno (a Roma, la Cloaca Maxima, che si gettava nel Tevere). La rete di canali che portava le acque reflue fuori dalla città seguiva un percorso che conosciamo con una certa esattezza, e che con buone probabilità andava a sfociare, alla fine, nel Lambro Meridionale, che in effetti ne trasse a lungo il nomignolo, poco glorioso, di “Lambro Merdario”. Come in molti altri luoghi, alla caduta dell’Impero si accompagnò la decadenza di tali impianti, lasciati andare in rovina.

2) Il Medioevo e il Rinascimento

Per osservare una nuova spinta e nuovi sforzi nella fabbricazione di nuovi canali di fognatura dobbiamo attendere parecchio, e arrivare a cavallo fra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento; purtroppo si trattò di sforzi accompagnati da ben poca padronanza e nessuna pianificazione. Non c’era la minima coerenza nel progetto: le fogne venivano costruite isolatamente, a servire le esigenze di una singola via, per poi attaccarsi, alla fine, a canali che erano stati inizialmente costruiti come fossati di difesa della città – uno su tutti, il Seveso. Per di più tali fognature non erano costruite con lo scopo di accettare le acque reflue, ma soltanto l’acqua piovana; acque nere e deiezioni umane venivano invece di regola accumulate momentaneamente nei pozzi neri vicino alle case, e conseguentemente, di tanto in tanto, svuotate. Il contenuto veniva poi smaltito in campagna. Purtroppo, la raccomandazione di non vuotare i pozzi neri in estate era pressochè la sola difesa della salute che le leggi – che rimasero immutate pressochè del tutto dal 1300 al 1700 – prescrivessero ai Navazzari, che percorrevano i Navigli con le loro navi-botte per raccogliere dai pozzi neri i liquami e portarli in campagna come concime. Uno stato di cose, possiamo intuire, ben poco sano.

3) l’Ottocento

Il 1807 vide ordinare, in due diversi decreti del Regio Governo Italico, una necessaria riforma generale delle strade, e quindi dei tombini e delle fogne, della città di Milano. Purtroppo, a tali canali, che erano stati ideati per il solo drenaggio degli scoli stradali, si aggiunse il flusso delle acque nere delle case; e questo fece sì che venissero abbandonati, anche ove funzionanti, i vecchi canali, portando a un sovraccarico di quelli nuovi che erano ispezionabili solo rompendo il manto stradale, e avevano la cattiva abitudine ad ostruirsi, provocando allagamenti.

Nonostante questo fallito miglioramento della condizione, le cose non cambiarono ancora per molto tempo. Milano, di fatto, nei primi dell’ottocento non era ancora una città grandissima, e il grosso dei suoi flussi fognari riusciva, anche se a malapena e con fatica, ad incanalarsi nel Seveso e nel Naviglio, per poi finire nelle marcite originariamente costruite dai Benedettini a sud della città; per le zone fra il Naviglio interno e i Bastioni, in sostanza fatte di orti e giardini, i flussi delle poche abitazioni erano convogliati nei canali irrigui. Quindi, pur essendo mal risolto, il problema non si presentava come urgente, e rimase inaffrontato in maniera organica per molto tempo.

Cambiare tutto: aprire una yogurteria

Non solo da bambini, ma anche quando siamo ormai adulti, se ci concediamo di sognare daremo risposte molto diverse alla domanda fatidica“cosa vuoi fare da grande?” Per alcuni fra di noi lavorare è solidità, una scrivania, fogli e numeri: nulla li rende più felici che essere impiegati in qualche azienda, o banca.

Altri preferiscono il lavoro manuale, i macchinari di una industria pesante, e per loro non c’è nulla di meglio che diventare operai e maneggiare quei grandi congegni. Per altri tutta la gratificazione sta nel negoziare con la gente, argomentare di prezzi e forniture, trovare le soluzioni, e passare ore in macchina per andare all’avventura di un nuovo appuntamento: il loro sogno è fare l’agente di commercio.

Altri ancora amano la quiete di un lavoro più lento e preciso, pieno di competenza e perfino di passione, come quello che si svolge in un laboratorio artigiano. E ci sono anche persone a cui piacerebbe, per finire, un lavoro che permettesse di fondere il conforto di fare, di creare con le proprie mani, e una situazione di forte contatto con il pubblico, senza scordare delle valide opportunità di guadagno: e per queste persone si è aperta di recente la possibilità, con investimenti ragionati, di aprire una yogurteria (es. www.aprirelagelateria.com) o una gelateria, come sta diventando una moda (con grandi prospettive di espansione) fare.

Il gelato e lo yogurt freddo infatti sembrano proprio avere sempre spazio per un nuovo locale nel loro mercato: forse perché il prodotto l’abbiamo di fatto inventato noi, sembriamo esserne tanto ghiotti che è difficile concepire una gelateria senza clienti.

In effetti, immaginiamo anche una semplicissima passeggiata estiva la sera, dopo cena, magari con i nostri bambini: c’è passaggio più naturale, verrebbe quasi da dire più necessario, di quello alla gelateria per un bel cono fresco? E nuovamente: se arrivano amici per una cena inaspettata, e non c’è tempo di preparare un dessert, dove si corre per avere un buon dolce da offrire, di sicuro effetto? Ma ancora in gelateria, per una vaschetta di gelato o una torta. E per finire, ad ogni inaugurazione di una nuova gelateria, quante volte capita di non vedere nessuno? Mai, ovviamente: per uno spuntino così piacevole, comodo, e veloce, c’è sempre una folla pronta a trovare dieci minuti.

Va riconosciuto, in effetti, che abbiamo molti meno esempi di Yogurterie, nelle nostre piazze e nelle nostre strade: ma questo è un indizio promettente, piuttosto che il contrario, visto che indica una competizione inferiore. Inoltre stiamo parlando in questo caso di un prodotto un po’ più di nicchia, che negli Stati Uniti ha dimostrato grandissimo successo e anche qui sembra davvero avere un appeal presso i giovani che potrebbe celermente dargli, in quella fascia di mercato, una espansione equiparabile a quella del gelato classico. E non dimentichiamo che si tratta di un’attività con grandi vantaggi: il primo, un’alta marginalità, che permette di applicare prezzi interessanti pur mantenendo bassi i costi delle materie prime; il secondo, un contatto quotidiano e assiduo con la gente, che fa di qualsiasi lavoro un’attività più affascinante e varia e protegge, sicuramente, dal rischio della noia. E per finire, è un lavoro che garantisce un’enorme soddisfazione: quella, ormai disgraziatamente sempre più rara, di fare qualcosa con le proprie mani.

Non è questione di budget ma di idee

Far parlare di sé! Più la competizione cresce, più sale il numero di aziende nel nostro spazio, più ci troviamo a fare i conti con prodotti simili o addirittura equivalenti al nostro, più diventa rilevante, quando non addirittura vitale, occuparci di fare in modo che la clientela si ricordi di noi, parli dei nostri prodotti, riconosca il nostro nome in mezzo a mille altri. Ed è tutto un gareggiare a far stampare nomi e loghi sui nostri sacchetti plastica, su dei semplici portachiavi, su penne e matite… qualsiasi evenienza sembra buona per mettere il nome e il simbolo della nostra attività davanti agli occhi di tutti, nella speranza di incuriosire qualcuno. E disgraziatamente, nel far questo, dimentichiamo una obiezione importantissima: che non ci serve , o quantomeno non ci basta, essere visti da “chiunque”.

Lo sappiamo, lo sappiamo. La domanda che potrebbe nascere spontanea è “Ma non è sempre meglio essere conosciuti da tutti, o almeno da più gente possibile? Questo non moltiplica le probabilità di farsi vedere, conoscere, e in conclusione di vendere?” La risposta sincera ed esatta a questa domanda è, purtroppo, “Non sempre, e spesso ad un costo eccessivo.”

Spieghiamoci meglio. Da un lato può apparire logico e assolutamente evidente che, se quando ci conoscono in dieci chiuderemo quattro vendite, allora facendoci conoscere da cento chiuderemo quaranta vendite. Purtroppo, come molte cose completamente evidenti, questa non tiene conto di un fattore importante: più allarghiamo il raggio della nostra comunicazione (a QUANTE persone parliamo) più includiamo nel nostro pubblico persone a cui di noi… non interessa niente. Nel frattempo, però, c’è qualcosa che aumenta di pari passo col dilatarsi di tale raggio – e sono i costi da sostenere per comunicare a tutti.

Quindi è scorretto parlare a più persone, ampliare il proprio pubblico? No, ovviamente no: sarebbe un’affermazione assurda. Ma è sbagliato – o per essere precisi, è inefficiente – cercare di allargarlo indiscriminatamente. Costa sempre di più, ed è sempre più un gridare nel vuoto. Molto più intelligente è sforzarsi di mirare bene, e a bassi costi, la propria comunicazione, rendendola forse anche originale. Un esempio?

Anni fa, in Olanda, un’azienda che vendeva online giocattoli per cani lasciò nei parchi frequentati dai padroni di cani per farli giocare migliaia e migliaia di palline da tennis, esattamente come quelle vecchie e rovinate che generalmente si tirano perché il cane ce le riporti. Ma su ciascuna delle proprie stampò il proprio sito web, il proprio nome, e lo slogan “La prossima volta, prova qualcosa di diverso”. Il meccanismo era facile: il padrone tirava la propria palla da tennis, che finiva in mezzo all’erba e a quelle personalizzate dall’azienda. Il cane, prima o poi, finiva con il riportare al padrone una di quelle nuove – colpendolo con un’idea originale (molto più di un sacchetto), nel momento giusto (stava già giocando con il proprio cane), a basso costo (palline da tennis con poche righe di stampa) e dandogli un oggetto facile e simpatico anche da far vedere ad altri conoscenti con un cane.

Un esempio splendido di Guerrilla marketing!!

Cromare al plasma: e non si inquina

La cromatura è uno di quei particolari processi industriali che, sviluppati per una funzione specifica e precisa, si sono poi trovati ad essere impiegati anche per una serie di ragioni del tutto diverse da quelle che erano inizialmente nelle intenzioni dei progettisti che hanno sviluppato la tecnologia necessaria, e di fatto anche nella mente del pubblico privo di competenze tecniche sono arrivati ad essere famosi e citati con maggior frequenza per questi utilizzi “secondari” piuttosto che per i loro scopi primari. Nel caso specifico della cromatura, siamo davanti a un processo nato per motivi meccanici ma impiegato e noto specialmente per i suoi risultati estetici,per i quali si sceglie spesso di effettuare anche la cromatura plastica oltre a quella metallica.

È infatti caratteristico, specie nel parlare comune, avere un’idea molto precisa quando si usa il termine “cromatura” – e questa idea non ha, di certo, a che vedere con le caratteristiche meccaniche, di solidità e resistenza all’abrasione, che tale processo può conferire ad esempio ad un particolare metallico come la parte funzionale di una macchina utensile. Davanti al termine “cromatura” infatti I più penseranno a superfici lucide, immuni dalla ruggine, e sempre scintillanti, presenti in molti oggetti di design, sia più retrò (pensiamo a certe vetture anni ’50) sia invece più moderni e appartenenti all’apprezzato filone del cosiddetto “hi-tech”.

Purtroppo, però, questo procedimento che sposa tante utili caratteristiche di tipo meccanico a un così eminente valore estetico (che lo rende uno strumento spesso utilizzato nel campo del design , specialmente per dettagli eleganti), e che quindi trova tanto massiccio impiego sia nell’industria pesante che nella manifattura di oggetti domestici, è gravato da un brutto difetto, la cui rilevanza, soprattutto oggi che l’impatto sull’ecologia dei processi industriali sta sempre più assumendo l’importanza che merita fra i fattori da tenere in considerazione, non può più essere trascurata: è infatti una procedura che genera una grande misura di sostanze inquinanti e pericolose.

Nondimeno, a dare tale problema ambientale sono solamente le tecnologie di cromatura a bagno galvanico, che sono purtroppo quelle storicamente a maggior diffusione; consistono nell’immergere gli oggetti da cromare in un apposito bagno, così che gli atomi di cromo ne ricoprano la superficie in uno strato sottile, rendendola come dicevamo poche righe fa lucida, dura, e resistente ad abrasione e corrosione. Specialmente prima che la legge prevedesse il passaggio al cromo trivalente, meno dannoso, infatti in tali bagni veniva utilizzato il cromo detto esavalente, assai pericoloso per la salute in quanto tossico e cancerogeno. La procedura prevedeva per di più l’uso di diversi acidi, come la soda caustica e l’acido cloridrico, il cui smaltimento era ulteriormente inquinante.

Tuttavia, ultimamente, nuovi metodi sono stati sviluppati per eseguire cromature su pezzi metallici e plastici senza incorrere in tali rischi di inquinamento. La nuova procedura prevede infatti che il pezzo venga pretrattato con un rivestimento di tipo ceramico, e in seguito immerso in un plasma (ossia uno stato somigliante al gas, ma in cui le particelle sono ionizzate) del cromo da depositare. Il risultato di tale metodo, eseguito sottovuoto, è una cromatura identica nell’aspetto a quella convenzionale a scopo decorativo, ma priva delle controindicazioni legate all’inquinamento.

Marketing: vale più l’idea dell’investimento

Quando pensa ad una campagna, o a una qualunque azione, di marketing, la considerevole maggioranza degli imprenditori è istintivamente portata a mettersi le mani nei capelli: le si prospettano costi gravosi, leggi e regole incomprensibili, e risultati incerti. Per fortuna, questa idea del marketing non è solo pessimistica: è proprio sbagliata. In nessun modo e per nessuna ragione il buon marketing deve essere oscuro e soprattutto costosissimo: tutt’altro, anzi, specialmente secondo Jay Conrad Levinson, che ha coniato l’espressione, e la filosofia, “Guerrilla Marketing”. E come la Guerriglia è uno stile di lotta non convenzionale, così il guerrilla marketing genera visibilità e contatti in modo non convenzionale – e no, non pensate soltanto a borse personalizzate, portachiavi e gadget vari…

Vogliamo un esempio? Andiamo all’inizio, a quello che può proprio essere considerato il primo esempio – parecchio “ante litteram” – di guerrilla marketing di cui abbiamo notizia. Dobbiamo fare un bel salto indietro, di un secolo circa, e spostarci negli Stati Uniti. All’inizio del secolo scorso, i cataloghi di acquisti postali (un po’ come il nostro più recente Postalmarket) erano l’Internet dell’epoca, e a fare furore erano, più di tutti gli altri, due aziende fra loro concorrenti – e avversarie in quel tenore furibondo e senza esclusione di colpi così particolare di quegli anni: la Wards e la Sears. E queste due aziende si trovavano davanti ad un nodo non irrisorio, anzi preoccupante, e ben noto anche a molte loro omologhe di oggi: avevano pressochè saturato, e spartito fra loro, il mercato. Sulla distribuzione avevano fatto tutto il possibile: in ogni casa c’era un catalogo della Wards e uno della Sears. Sul fronte dei prezzi, e della gamma d’offerta, erano allineate. Erano, in pratica, completamente sostituibili – il che rendeva difficilissimo strappare clienti all’avversario.

In questi casi, dove i mezzi convenzionali sono stati usati tutti, e assaltare in stile tradizionale sarebbe estremamente costoso, è il guizzo di genio che sta alla base del Guerrilla Marketing a poter fare la differenza. E quel guizzo di genio l’ebbe il signor Wards, che prese una iniziativa semplicissima: fece stampare i suoi nuovi cataloghi in un nuovo formato – leggermente più piccolo rispetto a quello del catalogo Sears.

Se vi sembra una decisione trascurabile, riflettete ancora un po’. Come riponete – come riponiamo tutti – le riviste e I cataloghi che magari tenete appoggiate su un tavolino? Evidentemente, per tenerle ordinate ed evitare che si rovescino, le impilate, mettendo sotto le più grandi, e sopra quelle di formato più ristretto. E in questo modo, come vedete, Wards aveva ottenuto il risultato importantissimo, e spesso decisivo, di assicurarsi che il suo catalogo venisse visto e consultato prima di quello della Sears – il che, spesso, era bastante ad assicurarsi una vendita in più.

Brillante? Assolutamente sì. Ma come tutte le idee geniali, ha un difetto: non funziona se la si copia. Il Guerrilla marketing è un modo di vedere il mercato e la promozione, e richiede attenzione, intuito, e tempestività – e soprattutto, una grandissima capacità di adattamento. Non dimenticate che, quando pochi anni dopo venne il momento di aprire negozi nei grandi centri commerciali che nascevano nelle più importanti città degli Stati Uniti, Wards si fece scappare l’occasione – e fu definitivamente superato da Sears. Per fare Guerrilla, occorre stare sempre all’erta!

Diritti dei disabili? Oltre a ricostruire le scale, proviamo a cambiare la testa!

Insieme a tante altre complicazioni di tipo pratico, spesso enormi, che è costretto ad affrontare ogni giorno, chi è colpito da qualche disabilità si trova regolarmente ad affrontare un ostacolo enorme, e che purtroppo non può essere superato neppure con le più moderne piattaforme elevatrici. E questo perché la muraglia a cui ci riferiamo in questo caso non è architettonica, ma intellettuale; non è situata nell’ambiente che ci circonda, ma nascosta, spesso molto in fondo, nella nostra testa, nei nostri pensieri e nel nostro approccio.

Il modo in cui infatti siamo soliti affrontare la questione dei disabili è più affine alla misericordia, e ci pare spesso che sia un dovere donare loro un qualche consolazione; ed è spesso molto complesso, proprio come capita per tutte le idee radicate profondamente nel nostro istinto, sia accorgerci di come sia sbagliata sia abbandonarla per passare ad un punto di vista più corretto, e soprattutto più rispettoso. C’è, in breve, qualcosa di eticamente sbagliato nel pensare che offrire ai disabili servizi e agevolazioni sia una giusta consolazione e ricompensa per il dolore che, ogni giorno, sono costretti a soffrire.

In concreto, però, un’analisi onesta e corretta da un punto di vista etico ci dimostra che, con questo piglio, stiamo prendendo la via più facile, e che alla fine non ci richiede grossi sforzi, se non la spesa di qualche euro per installare ora segnalatori acustici ai semafori, ora rampe d’accesso.

Ma la verità è che quando effettuiamo questo genere di lavori, o uno qualsiasi di quelli ad essi affini, noi non stiamo concedendo nessun favore, non stiamo offrendo alcuna consolazione, e non stiamo ricompensando alcuna sofferenza: stiamo solamente facendo sì che a tutti i cittadini siano estese quelle possibilità e quei diritti alla base della società civile.

Proviamo infatti, per onestà intellettuale, ad affrontare la questione con un’ottica assolutamente priva anche della minima traccia di buonismo, o di una mal posta generosità che spesso serve soltanto a gratificare il nostro ego. Quando siamo di fronte alla questione dell’abbattimento delle barriere architettoniche, dovremmo renderci infatti conto che i fatti sono in realtà molto semplici:

1. noi riconosciamo, ed è un tratto essenziale della nostra civiltà, che esistano dei diritti fondamentali, che spettano a tutti quanti:

2. se dunque vogliamo poter denominare “civile” la nostra società, dobbiamo operare perchè tutti possano davvero, in qualsiasi situazione, godere davvero di tali irrinunciabili diritti;

3. Se, come capita, un cittadino si trova a patire condizioni fisiche che gli rendano difficile poter godere dei suoi diritti, è evidente che non ci sia altra azione pensabile se non quella di agire, con strutture e servizi, per ripristinare tale diritto velocemente.

È ben vero, e qualcuno potrebbe notarlo, che le conseguenze dei due discorsi sono tutto sommato simili, per non dire indistinguibili: in ambedue i casi, per esempio, dalle premesse deriva il compito, e la necessità, di una lotta attiva alle barriere architettoniche, fatta di analisi, riconoscimento e abbattimento delle stesse. Ma la differenza di prospettiva non è, tuttavia, decisamente trascurabile, perché delinea la netta distinzione fra due cose di per sé molto diverse – la civiltà e l’elemosina.

La vera barriera che ostacola i disabili

Le evidenti differenze nella vita quotidiana di disabili e persone non affette da tale problema sono facili da concepire, su un piano teorico, ma talora più complesse da vedere nell’immediato, quando calate nelle situazioni che si fronteggiano ogni giorno. Tuttavia, come generalmente accade con i grandi problemi, è da esempi pratici e perfino un po’ banali che è facile cogliere la situazione della parte che non si conosce, e capendola immedesimarvisi pienamente. Se, ad esempio, si tratta di salire delle scale o di prendere ascensori disabili e sani sono su piani opposti: per i primi, la seconda scelta è una necessità, laddove per i secondi è solo una comodità.

Disgraziatamente, proprio per questo motivo – ossia per il fatto che la maggioranza di noi, non afflitta da problemi di disabilità, utilizza come semplici comodità quelle che per un disabile sono strutture necessarie – si è diffusa, ed è intensamente radicata, una visione del problema deformata e scorretta, ossia quella che a rendere giusto lo sforzo per offrire ai disabili servizi e strutture sia la volontà di ricompensarli, con qualche comodità in più, del dolore e della fatica quotidiana che la loro condizione comporta.

Il problema è proprio che, in modo superficiale, questo appare un modo di vedere le cose molto nobile, per non dire magnanimo; tuttavia, un’analisi sincera lo svela come una visione superba e discriminante, che fra l’altro ha il vantaggio di costare ben poco in termini di sforzo e fatica. Guardando il problema in quest’ottica, ci illudiamo che sia una questione appunto di carità, quando è invece un compito di civiltà e di estensione doverosa a tutti di quei diritti che giustamente ci onoriamo di definire fondanti per la nostra società.

Avvicinandoci dunque alla questione dell’abbattimento delle barriere architettoniche, proviamo ad usare un atteggiamento più imparziale, e soprattutto più ragionevole, l’unico che possa, con un semplice ragionamento qui riassunto in tre soli passaggi, portare a capire il vero centro della questione;

1. viviamo in una civiltà che si fregia, e legittimamente, di avere riconosciuto dei diritti essenziali per tutti, che fanno parte del fatto stesso di essere umani, e che devono da tutti essere accessibili e godibili, senza alcun tipo di distinzione;

2. nel momento stesso in cui diciamo “tutti”, stiamo esprimendo un’idea fondamentale: ossia che non vi possano nè debbano essere discriminazioni nell’estensione di tali diritti – neppure quindi, com’è naturale, in base alle condizioni fisiche delle persone;

3. siccome, ciononostante, la condizione di disabilità può frequentemente, in concreto, inficiare la possibilità dei cittadini che ne soffrono di godere appieno di tutti i propri irrinunciabili diritti, non c’è altra credibile scelta per una società civile che lavorare per correggere la situazione e rendere possibile a tutti di godere dei propri diritti, a prescindere dalle condizioni fisiche svantaggiate.

Vero: da entrambe le prospettive, la seconda come la prima, deriva la conseguenza naturale di impegnarsi per individuare ed eliminare, ad esempio, tutte le barriere architettoniche. Ma la distinzione rimane, ed è indispensabile, per reintegrare un concetto di piena dignità per i disabili, e per tratteggiare la giusta e doverosa distinzione fra quello che è un dovere sociale e quella che potrebbe sembrare semplice carità.

Disabili: non vogliono agevolazioni, ma quei diritti che sono loro dovuti

Non sono sicuramente pochi, ed è facile per chiunque immaginarlo, i problemi quotidiani, di ogni ordine, che tocca combattere a chi si trova, a qualsiasi età, a dover fare i conti con una qualsiasi disabilità. A differenza però dei più evidenti e semplici da riconoscere, come quelli legati alle barriere architettoniche, che sono superabili con mille accorgimenti, dalle rampe d’accesso per le sedie a rotelle ai servoscale per disabili, alcuni problemi sono di genere più insidioso, legati alla mentalità comune, e considerevolmente più complessi da fronteggiare e risolvere.

Sfortunatamente, infatti, il punto di vista con cui la grande massa delle persone si avvicina al problema dei disabili è ben poco obiettivo, e in effetti si incentra su un fondamentale malinteso della questione, facendone un proglema di magnanimità o ricompensa verso I disabili, in ragione del dolore e delle fatiche che tale categoria vive comprensibilmente ogni giorno. Nondimeno, proprio come tutti i punti di vista maggioritari, questo è così radicato da rendere impegnativo perfino notarlo, e a maggior ragione riconoscerne l’errore di fondo; e per questo, i più continuano ad essere convinti che la soluzione al problema dei disabili stia nel concedere servizi e facilitazioni ai disabili in modo da consolarli, per quanto fattibile, di quel dolore che vivono per via della propria condizione fisica.

Ora, è fondamentale mettere in chiaro che, da un punto di vista umano, nessuno potrebbe certamente dubitare anche solo per un secondo che questo dolore sia reale. La questione è però diversa: considerare il problema in questa ottica è semplicistico ed irrispettoso, e soprattutto è la soluzione che ci richiede, in definitiva, lo sforzo minore di qualche spesa aggiuntiva per la costruzione di rampe d’accesso e l’installazione di segnalatori acustici ai semafori. Tutto sommato, è una concezione molto superba. Una critica onesta del problema, al contrario, non può che mostrarci come in realtà, quando ci occupiamo del problema dei disabili, stiamo unicamente estendendo a tutti, come è doveroso, i diritti base della nostra società.

Il problema deve infatti essere affrontato e analizzato equamente, ma senza cedere alla facile seduzione del buonismo, o di una falsa interpretazione della generosità, entrambi criteri piuttosto superbi da applicare ad una questione tanto rilevante.

Discutere di abbattimento delle barriere architettoniche significa infatti, unicamente, affrontare una situazione che è, di fatto, indubbiamente chiara da interpretare;

1. noi riteniamo che la nostra società, per dirsi civile, debba allargare a tutti una vasta serie di diritti irrinunciabili, rendendoli da tutti accessibili e godibili;

2. quando diciamo che tali diritti vanno estesi a tutti, non facciamo, giustamente, menzione di particolari condizioni fisiche; ne deriva quindi che non riteniamo, e giustamente, che esistano cause fisiche per cui sia giusto non garantirne il godimento;

3. siccome è però evidente che, lasciate a se stesse, le persone afflitte da qualche handicap non potrebbero godere appieno dei propri diritti, è logico ed evidente che sia dovere della società occuparsi di sradicare questa barriera alla loro piena cittadinanza.

Si potrebbe osservare, e non a torto, che i due discorsi appaiono, nella pratica e nelle conseguenze, ben simili, quasi indistinguibili: da entrambe le premesse discende, per fare un esempio, la naturale conseguenza che le barriere architettoniche vanno studiate, riconosciute, ed eliminate, doverosamente. Non si pensi però che la distinzione fra i due approcci sia trascurabile: in realtà, delinea una traccia precisa che separa un dovere di civiltà da quello che potrebbe parere soltanto un banale atto di elargizione.