Elenchi commerciali: farsi pubblicità

Avete un’azienda da far fruttare? Volete aumentare la visibilità della vostra attività e puntare su una clientela mirata? Gli elenchi di nominativi allora fanno per voi. Trattasi infatti di utili liste on line (e non solo) atte proprio allo scopo di pubblicizzare qualunque tipo di azienda vi metterete sopra, e in meno di quello che pensate, facendovi pubblicità, accrescerete la visibilità della vostra attività aziendale, e il piccolo imprenditore che è in voi, potrà sentirsi appagato e felice, sia per la velocità che l’efficienza di tale metodologia.

Gli elenchi commerciali, come già detto, servono per farsi pubblicità, ma di metodi basati proprio su questi elenchi commerciali ve ne sono di parecchi, e fra questi abbiamo il Telemarketing, famoso per la sua ostinazione e fastidio che provoca nei clienti, e che dovrà pertanto essere condotto con intelligenza.

Anche in un mondo dove capita che le telefonate commerciali vengano rifiutate a priori, senza ritegno e senza stare a sentire per davvero ciò che ci viene offerto, soprattutto dai privati, un telemarketing per l’appunto condotto con intelligenza è uno strumento prezioso per completare una campagna di comunicazione e pubblicità aziendale ben strutturata.

I possibili tipi di telemarketing sono essenzialmente due. Questi sono i tipi di telemarketing: il tipo Outbound, ovvero dove si contattano telefonicamente i destinatari di una campagna di comunicazione, e il tipo Inbound, dove si ricevono le telefonate del pubblico, stimolate, ad esempio, da una campagna in corso.

Mentre la prima ha una funzione preziosa nel raggiungere determinate categorie di clientela più sensibili ad un contatto “a voce”, la seconda è davvero insostituibile per ciò che concerne il monitoraggio del successo di una campagna, o al supporto di un’iniziativa come quella, ad esempio, di Customer Satisfaction.

Grazie agli elenchi commerciali potrete insieme, studiare come un contatto telefonico potrà darvi i migliori risultati, e come integrarlo con le altre iniziative di comunicazione che state intraprendendo; successivamente, saranno altri operatori ad essere istruiti sull’azione da intraprendere e a seguire in maniera diretta il contatto con la clientela a cui puntate.

Aprire un’attività: come fare

Un intento nobile, una voglia ben giustificata. Da sempre, chiunque di noi, vuole provare nella sua vita ad aprire un’attività, una sua attività personale che coinvolga le sue passioni, i suoi hobby e trasformare tutto questo in lavoro. Ma la domanda che sorge è: come fare ad aprire un’attività?

La risposta alla domanda non è semplice. Innanzitutto si deve partire dal presupposto che per aprirne una è già necessario avere un piano di lavoro, il cosiddetto “business plan” che tenga conto e preveda di tutti gli investimenti che si ha intenzione di fare e soprattutto dei ricavi e dei benefici che ne potremmo trarre in termini economici e di guadagno.

In genere si può parlare di aprire un’attività sia in termini di “partita iva” come lavoro autonomo o ditta individuale, sia come “impresa” vera e propria. E’ molto importante poi saper rispettare e conoscere le giuste procedure e norme previste dalla legge, per questo motivo è consigliato un primo consulto con un commercialista che ci illustri il tutto e che ci dia un quadro generale e complessivo delle possibilità e di eventuali o specifiche agevolazioni previste, sempre dalla legge, per le nuove attività .

Ad ogni modo, qualunque forma, qualunque tipologia di attività, si decida, sarà necessario per forza aprire una partita iva poiché l’attività economica può consistere in un’attività commerciale, un’attività produttiva, di fornitura servizi o professionale e il loro avvio iniziale richiede tempi sufficienti per poter organizzare il lavoro, sostenere gli investimenti iniziali, creare una clientela, selezionare i fornitori migliori e molto altro ancora.

Durante questi periodi è molto probabile, anzi sicuro, che l’attività subisca degli enormi costi e che questi superino il ricavo.

Di conseguenza, in questi casi, è quasi sempre opportuno cercare finanziamenti, prestiti di denaro presso istituti di credito. Addirittura in alcuni casi il neoimprenditore potrà beneficiare di un certo “know-how” che è stato maturato da un’organizzazione già esistente riducendo quindi il pericolo di scarsità di informazioni e il tempo necessario per far entrare in regime i processi della nuova attività.

Seguendo questi consigli e queste tattiche, il neoimprenditore sarà agevolato nel lungo percorso che lo vedrà impegnarsi per portare ad alti livelli la sua attività, qualunque essa sia, cercando di trarne il massimo dei benefici e di guadagnare il più possibile, perché quello è l’obiettivo di una qualsivoglia impresa che si rispetti e la crescita economica è sempre la tappa primaria di questo tipo di attività.

Per l’imprenditore inoltre non esisterà mezzo più semplice dell’azienda per poter far fruttare la sua impresa. Una specie di rapporto basato sul reciproco dare e ricevere che serve a portare benefici ad entrambi.

Aprire un’attività comporta in buona sostanza sacrifici e un grande dispendio di denaro. Gli enti pubblici possono aiutare e finanziare ma solo fino a un certo punto. Le grosse imprese nascono solo se vige il rispetto delle norme di legge e solo se si sa organizzare come si deve il lavoro e se si ha una buona progettualità in mente.

Criostati – cosa sono, a che servono

Sicuramente tutti sappiamo cosa sia un termostato, e ne abbiamo uno nella nostra casa: l’esigenza di mantenere stabile la temperatura nella nostra abitazione (o nel nostro forno, del resto) non è nulla che ci lasci stupiti o che fatichiamo a capire. Ma abbiamo mai sentito parlare di criostati? La parola è simile, e infatti lo è anche la funzione: a cambiare è quella parte, “crio”, che in greco significa “freddo”. E difatti lo scopo di un criostato è di mantenere stabilmente un oggetto, che sia un campione di tessuto o un dispositivo, a temperature bassissime. Sono diverse le strutture che questo strumento può assumere, a seconda dell’applicazione scientifica, ingegneristica, o medica per la quale sta venendo impiegato.

1. Criostati a ciclo chiuso
Questi criostati sono camere nelle quali viene pompato del vapore di elio a bassissime temperature. Un abbattitore meccanico esterno si occupa di sottrarre calore all’elio che esce dal sistema e si è riscaldato, e lo ri-immette, nuovamente refrigerato, nella camera. Il sistema consuma molta corrente, ma nient’altro, e può funzionare da solo per lunghissimi periodi. Se collegati ad una piastra metallica in una camera a vuoto in contatto con la camera a vapore, gli oggetti possono essere così refrigerati.

2. Criostati a flusso continuo
In questo caso, è un getto continuo di criogeni liquidi, come ad esempio azoto o elio liquidi, che abbassa la temperatura. Per effettuare un preciso controllo della temperatura si regola il flusso di criogeno, e allo stesso tempo si agisce su una resistenza elettrica. In questo caso, il funzionamento prolungato dipende dalle scorte di criogeno liquido disponibili.

3. Criostati a bagno
In questo tipo di criostato, l’abbattimento di temperatura è generato da un bagno di elio liquido con cui la piastra raffreddante viene messa in contatto termico; questo viene rimpolpato ad intervalli regolari, a seconda del modello e delle dimensioni. È una tecnologia resa obsoleta dall’introduzione dei superisolanti.

4. Criostati multistadio
Talvolta l’abbattimento di temperatura richiesto è tanto grande che un criostato non riesce a generarlo in un unico stadio, ed è necessario aggiungere diversi cicli di raffreddamento. In questo modo, sfruttando contenitori pieni di isotopo He-4 collegati a pompe a vuoto, è possibile arrivare a temperature fino ad 1 K – un solo grado sopra lo zero assoluto. L’aggiunta di stadi con abbattitori magnetici può portare perfino ad 1mK di temperatura.

Aprire una lavanderia a gettone: non facciamolo da soli

Se c’è un dato evidente anche a chi di finanza non se ne intende in modo eccezionale, è che questi ultimi anni non sono stati clementi con il settore. Da una parte, abbiamo gli investimenti classificati come specificamente rischiosi, che possono anche fruttare in modo soddisfacente, ma al prezzo di una possibilità di perdite troppo elevata; e dall’altra, gli investimenti a basso rischio o perfino sicuri come quelli obbligazionari, che in effetti non fanno temere perdite ma disgraziatamente offrono interessi tanto bassi da renderli di frequente assolutamente improponibili.

Andando quindi a scemare l’interesse del pubblico medio per l’investimento di tipo finanziario, com’era ovvio e immaginabile si sono fatte strada altre metodologie d’investimento per far rendere i propri capitali, anche se ridotti: fra queste, ha avuto particolare e crescente successo l’apertura di piccole attività self-service, che una volta sostenute le normali spese di avviamento generano i propri profitti senza esigenze di tempo personale né di dipendenti, proprio come un investimento finanziario.

Fra queste risultano particolarmente di successo le lavanderie a gettone.Tale attività ha infatti dei vantaggi peculiari in confronto a molte alte tipologie di self-service che è possibile trovare sul mercato. Innanzitutto offre un beneficio che, per una categoria molto ampia (e in effetti in crescita) di persone, le quali non hanno lo spazio o il motivo di installare nel loro appartamento una lavatrice (pensiamo a studenti fuori sede, single, e stranieri), è non solamente comodo, ma di fatto essenziale; secondariamente, prevede dei costi al cliente indubbiamente bassi per il servizio che fornisce, dato che per pochi euro permette di lavare e asciugare il proprio bucato con macchine professionali, molto superiori a qualunque modello sia generalmente possibile trovare negli appartamenti privati; e in terzo luogo, basandosi su un corrispettivo contestuale al servizio – la macchina non parte senza il gettone! – elimina alla fonte ogni e qualsiasi immaginabile rischio di insoluto, difficoltà così assillante e pesante per molte altre categorie di attività.

Evidentemente, questo non deve far pensare che le lavanderie a gettone siano un investimento in qualsiasi misura perfetto o esente dai rischi che sono connaturati all’apertura di una qualsiasi attività: al contrario, proprio perché vengono di frequente aperte da persone senza una previa esperienza nel settore specifico – o, a dirla tutta, nell’imprenditoria in generale – richiedono un’attenzione del tutto speciale per evitare errori iniziali che potrebbero comprometterne le rendite future.

Ecco ad esempio tre consigli degli esperti:

1- evitare i franchising: se in altri settori appartenere ad una catena di grande diffusione ha delle ricadute positive in termini di immagine e quindi nell’attirare la clientela, questo non vale per le lavanderie self-service, nelle quali non esiste un marchio che sia generalmente di grande richiamo per il pubblico. Meglio quindi risparmiare i costi delle royalty di appartenenza, che sarebbero sprecati;

2- selezionare attentamente la location: particolarmente al momento dell’apertura, disporre di un parcheggio agevole e essere esposti su di una via di grande passaggio sono vantaggi di valore enorme. Il grande passaggio rende facile farsi notare e conoscere, e il posteggio elimina una delle possibili preoccupazioni dei potenziali clienti;

3- selezionare i macchinari e il manutentore con grande diligenza: in un servizio come questo, la qualità è essenziale, e possono offrirla solo macchine di eccellente livello; e analogamente, un fermo macchina è una perdita secca di immagine e di profitto, e servono manutentori che intervengano e risolvano rapidamente, come solo una società specializzata può promettere.

Questi tre consigli sono solamente i più semplici fra i molti che possono assistere un imprenditore ad aprire una lavanderia. Per ottenere la guida di veri esperti che possono evitarti errori e assicurare la buona riuscita dell’impresa, prova a contattare Drytech, da oltre 20 anni opera nel campo delle lavanderie self service.

Piccola storia dell’ascensore

Spesso del passato abbiamo una idea abbastanza idilliaca, e a voler ben vedere anche un po’ troppo idealizzata: se pensiamo per esempio alle città, le immaginiamo fatte di case basse, cieli liberi e luminosi, e orizzonti sgombri, ben differenti dalle moderne skyline fatte di grattacieli. A dirla proprio tutta, non abbiamo esattamente ragione: già a Roma antica, nei quartieri più poveri, sorgevano le insulae, veri e propri condomini a numerosi piani con piccoli appartamenti. Ma tutto sommato, non stiamo sbagliandoci di parecchio quando pensiamo che la diffusione vasta di palazzi alti come quelli a cui siamo abituati è un fatto degli ultimi cent’anni: ed è un avvenimento che ha del tutto cambiato il modo in cui viviamo, lavoriamo, e ci muoviamo. Fra i suoi effetti curiosi c’è stato quello di far diventare pressochè indispensabile un’invenzione che era a lungo stata relegata prima fra le curiosità e poi nei cantieri e nelle industrie, ossia l’ascensore. Dai primi modelli a corde, prima di approdare ai moderni e compatti ascensori per disabili, il percorso di questo congegno è stato durevole e tortuoso.

La cronistoria dell’ascensore è, in effetti, ben più antica di quanto si pensi: ne abbiamo le prime menzioni negli scritti di Vitruvio, un architetto dell’antica Roma, che ci riporta come il famoso Archimede ne avesse costruito uno nel 236 AC. Si tratta, evidentemente, di semplici cabine sollevate da corde, le quali venivano tirate o da animali o da esseri umani, e pare che ve ne fossero di installati nel convento del Sinai, in Egitto. In ogni caso, a quei tempi, rimanevano niente più che stranezze, pezzi unici: un impiego regolare dello strumento richiedeva sistemi ben più sofisticati di una corda tirata a braccia. Escludendo l’interessante esemplare di ascensore basato sulla vite senza fine costruito da Kulibin, in Russia, nel 1793, che venne installato nel Palazzo d’Inverno, per rintracciare un uso assiduo e diffuso di questo strumento dobbiamo attendere la piena metà dell’Ottocento, quando iniziò a trovare utilizzo pesante nello spostamento di materiali da costruzione e per l’industria.

Gli ascensori, a questo punto, erano soprattutto di tipo idraulico: un grosso stantuffo posizionato sotto la cabina veniva spinto da una colonna d’acqua, mossa da una pompa, che la portava fino all’altezza desiderata. Gli impianti di questo tipo erano molto diffusi, e nel 1882, a Londra, la London Hydraulic Power Company controllava una rete di tubi ad alta pressione che alimentava circa 8000 dispositivi su ambedue le sponde del Tamigi. Non è però per nulla ostico percepire il limite di questo impianto, che fu anche la logica che finì col mandarlo in disuso: più l’edificio era alto, più il pistone – e il pozzo pieno d’acqua sottostante – dovevano essere lunghi e profondi, il che lo rendeva un metodo decisamente poco pratico per le grandi altezze. Ben presto, infatti, vennero sviluppati sistemi a cavi e carrucole, resi sicuri dall’invenzione del freno di sicurezza, che impediva lo schianto della cabina in caso di strappo del cavo, da parte di Elisha Otis, nel 1852. Cinque anni più tardi, al 488 di Broadway a New York, veniva messo in opera appunto dalla Otis il primo ascensore per passeggeri, e quasi trent’anni dopo, ad opera di Von Siemens e Freissler, nacque l’ascensore elettrico che noi conosciamo.

Diritti dei disabili: un percorso storico che va completato

Moltissime e di capitale importanza sono, nel panorama storico che possiamo seguire analizzando con attenta cura i più recenti decenni trascorsi in Italia, le conquiste ottenute nel campo della equità sociale e dei diritti di tante categorie di cittadini in qualche misura sottoposti a svantaggi, complicazioni, o particolari condizioni; e uno in particolare, che riguarda una fetta della nazione in assoluto non insignificante, di svariate centinaia di migliaia di persone, ha avuto un sentiero molto insolito, intricato e complesso, sovente interrotto e ripreso a singhiozzo, e a dirla tutta ancor oggi non del tutto completato. Stiamo parlando del riconoscimento dei diritti dei disabili, un proposito che va ben al di là della banale collocazione di montascale, in cui molti pensano che il problema si esaurisca.

È difatti di ben altra natura e dimensione, ben più ampia e profonda, la questione che stiamo affrontando. Già nella nostra legge essenziale, la nostra Carta Costituzionale, viene espresso in maniera del tutto chiara e indiscutibile il capitale concetto che al cittadino, per il puro fatto di essere tale, competano non solamente dei precisi e imprescindibili doveri, ma anche ugualmente essenziali e irrinunciabili diritti, fra i quali potremmo citare agevolmente la salute, il lavoro, la socialità e l’istruzione. E ovviamente non viene fatta parola -sarebbe impensabile- del fatto che la circostanza di disabilità possa in qualche modo cessare o eliminare alcuno di tali diritti, e meno che mai la condizione stessa di cittadino. Nondimeno di fatto il disabile viene privato di tali diritti, e questa fu una essenziale presa di coscienza degli anni Sessanta.

Fu proprio in quegli anni che ebbe inizio un lavoro fenomenale, sia per dimensione che per ricadute positive, ad opera di una vasta serie di associazioni di volontari, in parte composte da membri di famiglie in cui era presente un disabile, e in parte da disabili stessi. È nella loro azione che possiamo trovare tutti i segni della grande spinta al rivoluzione che occorreva per poter ottenere risultati concreti: un mutamento da giocarsi simultaneamente su due diversi campi, quello istituzionale da un lato, dove far trasformare in leggi quelle istanze dei disabili che ormai non potevano più essere rimandate, e quello del sociale e del quotidiano dall’altro, in cui far fiorire, con una paziente azione di coscienza, quella che prese via via il nome di “cultura dell’handicap” e che consiste in un diverso atteggiamento e comportamento verso la disabilità e chi ne è colpito. Campi in cui l’azione di sindacalisti, insegnanti e volontari fu decisiva.

Come abbiamo detto, quello del riconoscimento dei diritti dei disabili è un tragitto storico ancora aperto, e al quale quindi attribuire date precise può apparire insieme futile e banale; se tuttavia vogliamo riconoscere proprio una tappa importante, per non dire indispensabile, di questa storia, possiamo quasi certamente far bene ad indicare l’anno 1971, e nello specifico la data del 30 marzo. Quel giorno fu infatti approvata la legge 118 sull’invalidità, che fu la base su cui fu possibile costruire tutti i successivi sviluppi della questione disabilità: con essa fu codificato il concetto, che è per noi ormai patrimonio acquisito, che riabilitare un disabile non si limiti ad una misurazione di tipo medico, ma si estenda a un pieno inserimento sociale che dia senso al lavoro ed allo sforzo del terapista e del disabile stesso.

Un viaggio nella storia dei barbieri

Un tempo neanche troppo remoto, ancora per i nostri padri o forse nonni, l’uomo che voleva apparire ordinato non lasciava scorrere più di un paio di settimane fra una visita al barbiere e l’altra: e anche se più raro, oggi che i canoni e le regole dell’estetica sono cambiati, questo momento di cura di sé rimane sempre un piacere estremamente particolare. Il tempo di entrare, e già il conosciuto arredamento parrucchiere ci invita a rilassarci e farci prendere cura di noi, abbandonando per un poco la galoppata quotidiana; intorno a noi, gli strumenti di lavoro del barbiere parlano di un tempo andato, ma di pratiche ancora piacevoli e distensive; chiacchierando sommessamente, il barbiere si appresta ad avvolgerci il viso con un asciugamano caldo; e fra il suono del rasoio che viene affilato, e il profumo di schiuma e lozioni dopobarba, ci possiamo abbandonare a questo mondo ancora tanto affascinante. Ma sappiamo quanto sia antica la figura del barbiere, e quanti ruoli differenti e inaspettati abbia ricoperto nel corso della storia?

Le origini del lavoro del barbiere, possiamo dirlo con sicurezza, si perdono veramente nella notte dei tempi: sappiamo con sicurezza che gli archeologi hanno ritrovato rasoi di bronzo risalenti a più di cinquemila anni fa, in Egitto. All’epoca, la figura del Barbiere era di grandissimo peso ed autorevolezza, e la sua valenza non era tanto utilitaristica, quanto simbolica e perfino sacrale: si riteneva infatti che i capelli fossero uno dei canali attraverso i quali demoni e spiriti potessero entrare nel corpo degli esseri umani, e che tenerli corti potesse agevolare ad impedire tale terrificante avvenimento. I barbieri celebravano anche rituali importanti come i matrimoni, a ulteriore testimonianza del valore religioso che ricoprivano. Passando all’epoca storica, pur perdendosi questo aspetto mistico del taglio dei capelli, l’operazione rimase un appuntamento di gran peso, sia per i Greci che per i Romani, che appunto dalle colonie della Magna Grecia conobbero i barbieri nel 300 AC. Il buon cittadino romano faceva visita quotidianamente al barbiere, così come alle terme, e per un ragazzo la tonsura, o prima rasatura, era un evento essenziale e quasi rituale di passaggio al mondo adulto.

Ma abbandoniamo anche Roma e spostiamoci in avanti di altri secoli, per approdare ad un momento storico di grande fascino e suggestione, dove concluderemo, con quella che quasi certamente per molti di noi sarà una sorpresa considerevole, questo breve viaggio nell’evoluzione del barbiere nel mondo antico: il Medioevo. Troviamo in quest’epoca un gran numero di botteghe di barbiere, che venivano ovviamente visitate per tutti i normali bisogni di pettinatura e taglio di capelli e barbe; ma quello che quasi certamente lascerà stupiti è che, allo stesso tempo, si chiamava il barbiere anche se c’era bisogno di eseguire un intervento chirurgico, applicare sanguisughe o fare un salasso, eseguire un clistere, incidere bolle e pustole, e pure per cavare i denti! Non si trattava di un’operazione in qualche modo clandestina: il barbiere, o per essere più precisi il barbiere-chirurgo, era ufficialmente abilitato e allenato a svolgere tali lavori, e addirittura ricevette, in Inghilterra, paghe più alte di quelle dei chirurghi ufficiali, per molto tempo. Fu nel medioevo che, simboleggiando le due arti svolte dal barbiere, rosso per la chirurgia e bianco per il lavoro di taglio e acconciatura, nacque il marchio convenzionale usato dai barbieri, ossia il palo rotante a strisce, appunto, bianche e rosse.

Da Roma Antica all’Ottocento: le fognature di Milano

Funziona continuamente, giorno e notte; e per fortuna possiamo commentare, o le conseguenze sarebbero catastrofiche: ma a quanto pare, solo quando arriva il momento degli spurghi Milano si accorge, o si rammenta, della propria imponente rete fognaria e di quanto sia rilevante per il suo benessere. Nonostante non sia di certo un tema alla moda, o per certi versi neppure piacevole, per chi vuole conoscere la storia della città e il suo progresso è un punto importante: dopotutto, a far grande una città non sono soltanto palazzi e monumenti, ma anche il grado di salute dei suoi cittadini, e le fogne hanno un ruolo essenziale nel garantirlo. Proviamo quindi a ripercorrere gli eventi salienti della storia del sistema fognario di Milano, identificandone tre periodi, ossia l’epoca Romana, il Medioevo e il Rinascimento, e l’Ottocento.

1) L’epoca Romana

La città (probabilmente celtica in origine) di Mediolanum, con la sua favorevole posizione, dovette far molta gola ai Romani, che la conquistarono in modo definitivo nel 200 AC. Subito iniziarono le opere di bonifica e di ingegneria delle acque per cui erano famosi (c’è a riguardo un’eccellente ricostruzione idrografica dell’area di Milano ai tempi dell’Impero, del 1911, realizzata dall’Ing Felice Poggi). Di fatto, certamente, a Mediolanum venne replicato il tipo di rete fognaria che già da quattro secoli ornava Roma: piccoli condotti lungo le vie della città che andavano a raccogliersi in un collettore di grandi dimensioni, che scaricava poi all’esterno (a Roma, la Cloaca Maxima, che si gettava nel Tevere). La rete di canali che portava le acque reflue fuori dalla città seguiva un percorso che conosciamo con una certa esattezza, e che con buone probabilità andava a sfociare, alla fine, nel Lambro Meridionale, che in effetti ne trasse a lungo il nomignolo, poco glorioso, di “Lambro Merdario”. Come in molti altri luoghi, alla caduta dell’Impero si accompagnò la decadenza di tali impianti, lasciati andare in rovina.

2) Il Medioevo e il Rinascimento

Per osservare una nuova spinta e nuovi sforzi nella fabbricazione di nuovi canali di fognatura dobbiamo attendere parecchio, e arrivare a cavallo fra la fine del Medioevo e l’inizio del Rinascimento; purtroppo si trattò di sforzi accompagnati da ben poca padronanza e nessuna pianificazione. Non c’era la minima coerenza nel progetto: le fogne venivano costruite isolatamente, a servire le esigenze di una singola via, per poi attaccarsi, alla fine, a canali che erano stati inizialmente costruiti come fossati di difesa della città – uno su tutti, il Seveso. Per di più tali fognature non erano costruite con lo scopo di accettare le acque reflue, ma soltanto l’acqua piovana; acque nere e deiezioni umane venivano invece di regola accumulate momentaneamente nei pozzi neri vicino alle case, e conseguentemente, di tanto in tanto, svuotate. Il contenuto veniva poi smaltito in campagna. Purtroppo, la raccomandazione di non vuotare i pozzi neri in estate era pressochè la sola difesa della salute che le leggi – che rimasero immutate pressochè del tutto dal 1300 al 1700 – prescrivessero ai Navazzari, che percorrevano i Navigli con le loro navi-botte per raccogliere dai pozzi neri i liquami e portarli in campagna come concime. Uno stato di cose, possiamo intuire, ben poco sano.

3) l’Ottocento

Il 1807 vide ordinare, in due diversi decreti del Regio Governo Italico, una necessaria riforma generale delle strade, e quindi dei tombini e delle fogne, della città di Milano. Purtroppo, a tali canali, che erano stati ideati per il solo drenaggio degli scoli stradali, si aggiunse il flusso delle acque nere delle case; e questo fece sì che venissero abbandonati, anche ove funzionanti, i vecchi canali, portando a un sovraccarico di quelli nuovi che erano ispezionabili solo rompendo il manto stradale, e avevano la cattiva abitudine ad ostruirsi, provocando allagamenti.

Nonostante questo fallito miglioramento della condizione, le cose non cambiarono ancora per molto tempo. Milano, di fatto, nei primi dell’ottocento non era ancora una città grandissima, e il grosso dei suoi flussi fognari riusciva, anche se a malapena e con fatica, ad incanalarsi nel Seveso e nel Naviglio, per poi finire nelle marcite originariamente costruite dai Benedettini a sud della città; per le zone fra il Naviglio interno e i Bastioni, in sostanza fatte di orti e giardini, i flussi delle poche abitazioni erano convogliati nei canali irrigui. Quindi, pur essendo mal risolto, il problema non si presentava come urgente, e rimase inaffrontato in maniera organica per molto tempo.

Cambiare tutto: aprire una yogurteria

Non solo da bambini, ma anche quando siamo ormai adulti, se ci concediamo di sognare daremo risposte molto diverse alla domanda fatidica“cosa vuoi fare da grande?” Per alcuni fra di noi lavorare è solidità, una scrivania, fogli e numeri: nulla li rende più felici che essere impiegati in qualche azienda, o banca.

Altri preferiscono il lavoro manuale, i macchinari di una industria pesante, e per loro non c’è nulla di meglio che diventare operai e maneggiare quei grandi congegni. Per altri tutta la gratificazione sta nel negoziare con la gente, argomentare di prezzi e forniture, trovare le soluzioni, e passare ore in macchina per andare all’avventura di un nuovo appuntamento: il loro sogno è fare l’agente di commercio.

Altri ancora amano la quiete di un lavoro più lento e preciso, pieno di competenza e perfino di passione, come quello che si svolge in un laboratorio artigiano. E ci sono anche persone a cui piacerebbe, per finire, un lavoro che permettesse di fondere il conforto di fare, di creare con le proprie mani, e una situazione di forte contatto con il pubblico, senza scordare delle valide opportunità di guadagno: e per queste persone si è aperta di recente la possibilità, con investimenti ragionati, di aprire una yogurteria (es. www.aprirelagelateria.com) o una gelateria, come sta diventando una moda (con grandi prospettive di espansione) fare.

Il gelato e lo yogurt freddo infatti sembrano proprio avere sempre spazio per un nuovo locale nel loro mercato: forse perché il prodotto l’abbiamo di fatto inventato noi, sembriamo esserne tanto ghiotti che è difficile concepire una gelateria senza clienti.

In effetti, immaginiamo anche una semplicissima passeggiata estiva la sera, dopo cena, magari con i nostri bambini: c’è passaggio più naturale, verrebbe quasi da dire più necessario, di quello alla gelateria per un bel cono fresco? E nuovamente: se arrivano amici per una cena inaspettata, e non c’è tempo di preparare un dessert, dove si corre per avere un buon dolce da offrire, di sicuro effetto? Ma ancora in gelateria, per una vaschetta di gelato o una torta. E per finire, ad ogni inaugurazione di una nuova gelateria, quante volte capita di non vedere nessuno? Mai, ovviamente: per uno spuntino così piacevole, comodo, e veloce, c’è sempre una folla pronta a trovare dieci minuti.

Va riconosciuto, in effetti, che abbiamo molti meno esempi di Yogurterie, nelle nostre piazze e nelle nostre strade: ma questo è un indizio promettente, piuttosto che il contrario, visto che indica una competizione inferiore. Inoltre stiamo parlando in questo caso di un prodotto un po’ più di nicchia, che negli Stati Uniti ha dimostrato grandissimo successo e anche qui sembra davvero avere un appeal presso i giovani che potrebbe celermente dargli, in quella fascia di mercato, una espansione equiparabile a quella del gelato classico. E non dimentichiamo che si tratta di un’attività con grandi vantaggi: il primo, un’alta marginalità, che permette di applicare prezzi interessanti pur mantenendo bassi i costi delle materie prime; il secondo, un contatto quotidiano e assiduo con la gente, che fa di qualsiasi lavoro un’attività più affascinante e varia e protegge, sicuramente, dal rischio della noia. E per finire, è un lavoro che garantisce un’enorme soddisfazione: quella, ormai disgraziatamente sempre più rara, di fare qualcosa con le proprie mani.

Non è questione di budget ma di idee

Far parlare di sé! Più la competizione cresce, più sale il numero di aziende nel nostro spazio, più ci troviamo a fare i conti con prodotti simili o addirittura equivalenti al nostro, più diventa rilevante, quando non addirittura vitale, occuparci di fare in modo che la clientela si ricordi di noi, parli dei nostri prodotti, riconosca il nostro nome in mezzo a mille altri. Ed è tutto un gareggiare a far stampare nomi e loghi sui nostri sacchetti plastica, su dei semplici portachiavi, su penne e matite… qualsiasi evenienza sembra buona per mettere il nome e il simbolo della nostra attività davanti agli occhi di tutti, nella speranza di incuriosire qualcuno. E disgraziatamente, nel far questo, dimentichiamo una obiezione importantissima: che non ci serve , o quantomeno non ci basta, essere visti da “chiunque”.

Lo sappiamo, lo sappiamo. La domanda che potrebbe nascere spontanea è “Ma non è sempre meglio essere conosciuti da tutti, o almeno da più gente possibile? Questo non moltiplica le probabilità di farsi vedere, conoscere, e in conclusione di vendere?” La risposta sincera ed esatta a questa domanda è, purtroppo, “Non sempre, e spesso ad un costo eccessivo.”

Spieghiamoci meglio. Da un lato può apparire logico e assolutamente evidente che, se quando ci conoscono in dieci chiuderemo quattro vendite, allora facendoci conoscere da cento chiuderemo quaranta vendite. Purtroppo, come molte cose completamente evidenti, questa non tiene conto di un fattore importante: più allarghiamo il raggio della nostra comunicazione (a QUANTE persone parliamo) più includiamo nel nostro pubblico persone a cui di noi… non interessa niente. Nel frattempo, però, c’è qualcosa che aumenta di pari passo col dilatarsi di tale raggio – e sono i costi da sostenere per comunicare a tutti.

Quindi è scorretto parlare a più persone, ampliare il proprio pubblico? No, ovviamente no: sarebbe un’affermazione assurda. Ma è sbagliato – o per essere precisi, è inefficiente – cercare di allargarlo indiscriminatamente. Costa sempre di più, ed è sempre più un gridare nel vuoto. Molto più intelligente è sforzarsi di mirare bene, e a bassi costi, la propria comunicazione, rendendola forse anche originale. Un esempio?

Anni fa, in Olanda, un’azienda che vendeva online giocattoli per cani lasciò nei parchi frequentati dai padroni di cani per farli giocare migliaia e migliaia di palline da tennis, esattamente come quelle vecchie e rovinate che generalmente si tirano perché il cane ce le riporti. Ma su ciascuna delle proprie stampò il proprio sito web, il proprio nome, e lo slogan “La prossima volta, prova qualcosa di diverso”. Il meccanismo era facile: il padrone tirava la propria palla da tennis, che finiva in mezzo all’erba e a quelle personalizzate dall’azienda. Il cane, prima o poi, finiva con il riportare al padrone una di quelle nuove – colpendolo con un’idea originale (molto più di un sacchetto), nel momento giusto (stava già giocando con il proprio cane), a basso costo (palline da tennis con poche righe di stampa) e dandogli un oggetto facile e simpatico anche da far vedere ad altri conoscenti con un cane.

Un esempio splendido di Guerrilla marketing!!