Diritti dei disabili? Oltre a ricostruire le scale, proviamo a cambiare la testa!

Insieme a tante altre complicazioni di tipo pratico, spesso enormi, che è costretto ad affrontare ogni giorno, chi è colpito da qualche disabilità si trova regolarmente ad affrontare un ostacolo enorme, e che purtroppo non può essere superato neppure con le più moderne piattaforme elevatrici. E questo perché la muraglia a cui ci riferiamo in questo caso non è architettonica, ma intellettuale; non è situata nell’ambiente che ci circonda, ma nascosta, spesso molto in fondo, nella nostra testa, nei nostri pensieri e nel nostro approccio.

Il modo in cui infatti siamo soliti affrontare la questione dei disabili è più affine alla misericordia, e ci pare spesso che sia un dovere donare loro un qualche consolazione; ed è spesso molto complesso, proprio come capita per tutte le idee radicate profondamente nel nostro istinto, sia accorgerci di come sia sbagliata sia abbandonarla per passare ad un punto di vista più corretto, e soprattutto più rispettoso. C’è, in breve, qualcosa di eticamente sbagliato nel pensare che offrire ai disabili servizi e agevolazioni sia una giusta consolazione e ricompensa per il dolore che, ogni giorno, sono costretti a soffrire.

In concreto, però, un’analisi onesta e corretta da un punto di vista etico ci dimostra che, con questo piglio, stiamo prendendo la via più facile, e che alla fine non ci richiede grossi sforzi, se non la spesa di qualche euro per installare ora segnalatori acustici ai semafori, ora rampe d’accesso.

Ma la verità è che quando effettuiamo questo genere di lavori, o uno qualsiasi di quelli ad essi affini, noi non stiamo concedendo nessun favore, non stiamo offrendo alcuna consolazione, e non stiamo ricompensando alcuna sofferenza: stiamo solamente facendo sì che a tutti i cittadini siano estese quelle possibilità e quei diritti alla base della società civile.

Proviamo infatti, per onestà intellettuale, ad affrontare la questione con un’ottica assolutamente priva anche della minima traccia di buonismo, o di una mal posta generosità che spesso serve soltanto a gratificare il nostro ego. Quando siamo di fronte alla questione dell’abbattimento delle barriere architettoniche, dovremmo renderci infatti conto che i fatti sono in realtà molto semplici:

1. noi riconosciamo, ed è un tratto essenziale della nostra civiltà, che esistano dei diritti fondamentali, che spettano a tutti quanti:

2. se dunque vogliamo poter denominare “civile” la nostra società, dobbiamo operare perchè tutti possano davvero, in qualsiasi situazione, godere davvero di tali irrinunciabili diritti;

3. Se, come capita, un cittadino si trova a patire condizioni fisiche che gli rendano difficile poter godere dei suoi diritti, è evidente che non ci sia altra azione pensabile se non quella di agire, con strutture e servizi, per ripristinare tale diritto velocemente.

È ben vero, e qualcuno potrebbe notarlo, che le conseguenze dei due discorsi sono tutto sommato simili, per non dire indistinguibili: in ambedue i casi, per esempio, dalle premesse deriva il compito, e la necessità, di una lotta attiva alle barriere architettoniche, fatta di analisi, riconoscimento e abbattimento delle stesse. Ma la differenza di prospettiva non è, tuttavia, decisamente trascurabile, perché delinea la netta distinzione fra due cose di per sé molto diverse – la civiltà e l’elemosina.